Il sangue è rosso. Per tutti.

La battaglia dei lavoratori della piana di Gioia Tauro non è diversa da quella di tutti i lavoratori che chiedono diritti e dignità, ma, nell’Italia del 2018,  se un sindacalista muore ammazzato a fucilate ed ha la sfortuna di avere la pelle scura, nessun Ministro della Repubblica sente il bisogno di spendere due parole di solidarietà.

La legge Bossi Fini agevola tutto questo, perché rende difficilissimo per gli immigrati regolarizzarsi e li rende riscattabili ed invisibili.

Avremmo dovuto combattere una battaglia per superare i limiti della Bossi Fini spiegando ai cittadini che la sicurezza più piena si ottiene agevolando l’integrazione e soprattutto la legalità. Non abbiamo saputo farlo.

Non illudetevi ora che il Governo risolva le storture del sistema sociale e normativo che regola l’immigrazione: Salvini ed i suoi ci sguazzano, nelle storture del sistema, nell’insofferenza dei cittadini, nella guerra tra i poveri ed è loro interesse che la società sia più insicura e più precaria e così la manterranno.

Andremo sempre più verso un contesto di grandi centri di emergenza (quelli tristemente noto per i fatti di mafia capitale, quelli “più redditizi dello spaccio di droga”), di lavoro sommerso e assenza di diritti.

Un contesto dove sarà fondamentale la testimonianza e la solidarietà, perché gli ultimi non sono diversi tra loro per il colore della pelle e perché il sangue è rosso per tutti, come quello di #SoumailaSacko.IMG_20180604_215325

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Parole vuote

th6U3GPL5OCome una bomba, la prospettiva di nuove elezioni in estate ha scombinato il campo del fu centrosinistra, completamente impreparato rispetto ad una nuova tornata elettorale.

Da una parte il Partito Democratico, che, evidentemente, scommetteva che un’intesa tra le altre forze politiche si sarebbe trovata e si preparava a beneficiare dei conseguenti battibecchi, delle maggioranze risicate e di scelte probabilmente impopolari per sperare di recuperare, con calma, consenso.

Dall’altra parte Liberi e Uguali non ha mai avviato una fase congressuale, essendo ancora impegnata a leccarsi le ferite dopo il 4 marzo ed a rimandare una discussione che andasse a creare una sintesi tra le diverse anime interne.

Puntuali, come sempre, le aperture dei soliti militanti di sinistra ad augurarsi la nascita di fantomatici “campi larghi”, “soggetti plurali”, “coalizioni aperte” (per usare le immagini piu in voga tra i sostenitori dell’attualità del centrosinistra) che dovrebbero unire il Partito Democratico alle forze della sinistra.

Parole già sentite, vuote. Prive di significato.

Il PD ha preso la pessima abitudine, negli ultimi anni, di attribuire la responsabilità delle proprie sconfitte alle difficoltà nella comunicazione, nel far comprendere le proprie ragioni ai cittadini. Dopo il 4 marzo ha addirittura iniziato a trattare l’elettorato con spocchia, accusando gli elettori di non aver avuto giudizio nel voto e contribuendo intenzionalmente al caos post elettorale (dovuto in parte al rosatellum) per tediarci con riferimenti alle mancate riforme del 4 dicembre 2016. Della serie: ve l’avevamo detto di trasformare il Paese in un sistema di tipo presidenziale, ora non lamentatevi.

Il punto che forse sfugge ai sostenitori dei campi larghi, delle grandi realtà plurali, è che il Partito Democratico è, per l’appunto, un partito politico, un partito politico la cui più recente fase congressuale ha consegnato un’ampia maggioranza a chi rivendicava tutte le politiche di questi anni che vanno a scontrarsi con i valori e con le proposte di Liberi e Uguali e con quelle di qualsiasi soggetto che faccia riferimento alla tradizione della sinistra italiana ed europea.

Guidato dai renziani, il PD ha modificato la sua linea tradizionale su praticamente tutto: dal diritto del lavoro all’immigrazione, dall’acqua pubblica ai bonus una tantum per la genitorialità ecc… L’ultimo caso, a Firenze, dove il Sindaco Nardella ora cavalca lo slogan “Prima i Fiorentini!” per l’accesso alle case popolari.

Ai partiti politici si deve portare rispetto e, se si vuole prendere per buono un cambiamento, questo cambiamento prevede la sua liturgia ed i suoi passaggi obbligatori: le linee politiche non si stabiliscono con i tweet o venendo intervistati da Fabio Fazio, ma devono partire dalla base ed essere rappresentati da una classe dirigente che se ne faccia carico e che le rappresenti in prima persona.

Quando si parla di campo largo, di alleanze, prescindendo da questi aspetti, si parla del nulla e ci si condanna all’indeterminatezza ed all’inconsistenza. Ci si condanna, di fatto, a non avere nulla da dire.

La sinistra ha bisogno di ritrovare prima di tutto una propria identità, che parta dalla rappresentanza, anche simbolica, delle fasce sociali che si propone di proteggere e rappresentare. Il 4 marzo (ed in Friuli Venezia Giulia anche il 29 aprile) gli elettori storici delle sinistra o non hanno votato oppure in molti hanno votato Lega o Movimento cinque Stelle, dimostrando di identificare il centro sinistra con i poteri forti di questo Paese e di non avere colto quale pericolo per i loro stessi interessi sia rappresentato da forze politiche che si propongono, tra le altre cose, di abolire la progressività fiscale e la contrattualistica di categoria.

Purtroppo il termine sinistra è associato ormai, nell’immaginario collettivo, a politiche di stampo neoliberista, alle foto che ritraggono insieme Matteo Renzi e Marchionne, alle polemiche con il sindacato. Per bonificarlo ci vorranno tempo, coerenza e meno ambiguità.

Se il Partito Democratico avvierà realmente una fase congressuale e non affiderà un cambio di rotta evidentemente strumentale a quelli che hanno dato la loro benedizione alle disastrose politiche di questi anni, si potrà aprire una discussione, altrimenti le parole resteranno vuote e come tali verranno percepite dagli elettori, condannandoci ad una nuova, forse ancora più pesante, sconfitta.

Liberi e Uguali dovrà, per sopravvivere, ritagliarsi uno spazio autonomo e ritrovare la dignità di una propria linea politica. Dovrá aprirsi alla società, correndo il rischio di far perdere ad alcuni suoi rappresentanti storici le posizioni acquisite. Il programma e le idee ci sono, sta a noi dimostrarcene all’altezza.

 

Il gatto e la volpe

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Il gatto e la volpe, personaggi nati dalla fantasia di Collodi, rappresentano l’archetipo, la massima rappresentazione, del truffatore, del venditore di fumo capace di affabulare le persone per bene promettendo scorciatoie e falsi “paesi dei balocchi”.
Lo impara a sue spese Pinocchio, lo impariamo noi leggendo la sua storia.

Dovremmo aver sviluppato gli anticorpi a queste figure, eppure capita ancora che i gatti e le volpi di casa nostra riescano a trovare spazio ed ad influenzare il giudizio di molte persone che, spesso in buona fede, si vedono promettere soluzioni troppo semplici a problemi complessi oppure vedono amplificate le proprie, ancorché legittime, paure.

Accade in questi giorni che nella bassa friulana, dove presto si voterà per le elezioni Regionali, alcuni gatti e alcune volpi tanto ambiziosi quanto ambigui stiano cavalcando il tema dell’accoglienza SPRAR per meri tornaconti personali.

Accade che però, nel nostro caso, il gatto e la volpe abbiano anche l’attitudine, che Collodi attribuiva a Pinocchio, di avere il naso lungo e che le loro bugie siano talmente roboanti da essere smentibili con estrema facilità.

Eh sì, perché non si può chiedere i voti ad Udine promettendo di redistribuire i richiedenti asilo presenti in città su tutto il territorio regionale e, il giorno dopo, raccontare nei comuni del territorio regionale, che ci si batterà affinché i richiedenti asilo non vengano ridistribuiti.

Fino a ieri il centrodestra di questa Regione si è opposto, giocando peraltro di sponda con pericolose formazioni di estrema destra, all’accoglienza diffusa. Si è recato nei comuni e nelle frazioni cavalcando il “non li vogliamo”.

Oggi, lo stesso centro destra sposa la liea dell’accoglienza SPRAR e del 2,5 richiedenti asilo ogni 1000 abitanti che il centrosinistra stava faticosamente cercando di far applicare (NB: a Cervignano 2,5 per 1000 significherebbe circa 35 persone circa contro le 24 previste attualmente).

Trovo sia doveroso ascoltare sempre i cittadini e ritengo che sia fisiologico che sul tema dell’accoglienza la si possa pensare in modo diverso e che si possa essere un dibattito eppure spiace dover sempre tornare su questo tema anziché parlare di sanità, istruzione o lavoro, ma è necessario ogni tanto smentire i gatti e le volpi nostrani affinché durante le loro fumose arringhe trovino tra il pubblico qualcuno che gli rivolga una fragorosa pernacchia.

Concludo con un consiglio: quando qualcuno vi parla e vi chiede il voto oppure punta a fare carriera anche grazie al vostro consenso, guardate il suo curriculum, osservate a chi ama accompagnarsi e leggete quello che ha scritto o fatto fino al giorno prima. Di solito perdere due minuti di tempo per una verifica di questo tipo aiuta a chiarirsi le idee molto più di tante promesse ridicole.

Mi spiace, questa volta no

Mi premeva scrivere due righe per spiegare perché nel corso delle prossime settimane non sarò coinvolto, per la prima volta dopo moltissimo tempo, in una campagna elettorale importante come quella che riguarda il rinnovo del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia. Non amo affrontare “pubblicamente” dibattiti che credo vadano confinati nelle assemblee e negli incontri tra militanti, ma a fronte di numerose richieste di chiarimento ritengo utile non lasciare spazio a interpretazioni ed equivoci e per questo mi concedo questa breve riflessione.

Normalmente, in una campagna elettorale come questa mi sarei attivato, impegnato in prima persona ed avrei accompagnato i candidati della mia parte politica agli incontri con i cittadini, avrei affisso manifesti e fatto campagna porta a porta. Questa volta salterò un giro, perché purtroppo le mie idee, gli ideali in cui credo, non sono rappresentati da nessuno.

Da mesi immaginavo una lista unitaria a sinistra, finalmente alternativa al Partito Democratico, ma non vi sono state le condizioni per darle vita e certamente il voto del 4 marzo alle elezioni politiche ci ha condizionati negativamente nelle scelte del giorno dopo. Credo che questo sia stato un grave errore di cui pagheremo a lungo le conseguenze.

Probabilmente andrò a votare, d’altra parte l’ho sempre fatto e mi preme pure rivolgere i più sinceri auguri a chi a questa scadenza ha voluto essere presente, ognuno con le proprie motivazioni.

Risultato immagine per bolzonello serracchianiIl punto in discussione è molto semplice: a differenza di altri io non ritengo che una forza politica che ambisca ad essere rappresentativa dei valori della sinistra possa portare avanti le proprie battaglie a fianco di ciò che oggi resta del Partito Democratico. Potremo mantenere le alleanze a livello comunale, dove le collaborazioni sono radicate e positive, ma quando la posta in palio cresce, le differenze emergono drammaticamente.

Non nutro rancori né antipatia verso i militanti del PD. A molti di loro sono legato da sentimenti positivi ed apprezzo il loro impegno, ma credo che le idee che da anni hanno iniziato a caratterizzare la proposta politica di quel partito, così come lo stile leaderistico ed allergico alle minoranze dei suoi rappresentanti non siano compatibili con la tradizione della sinistra italiana.

Spesso i distinguo con il Partito Democratico da parte della sinistra, si sono incentrati sulla figura di Matteo Renzi, principale responsabile di uno spostamento al centro del soggetto politico che rappresentava, ma l’ex Sindaco di Firenze ha trovato in larga parte dei propri iscritti dei sostenitori agguerriti delle proprie idee, talmente convinti da non lasciare più margini per una discussione.

Il 5 marzo, dopo aver raggiunto un risultato che rimarrà alla storia come esempio negativo, Renzi ha parlato agli Italiani rivendicando Jobs Act, riforma Costituzionale e le politiche di Minniti. D’altra parte sarebbe stato ridicolo se avesse fatto diversamente, dopo anni in cui queste politiche sono state il principale elemento distintivo del suo agire politico. Renzi ha una volta di più sancito una frattura incolmabile.

Dal Partito Democratico mi separano ormai gli elementi di analisi pima ancora che le ricette politiche. La distinzione tra capitale e lavoro manca completamente nel pensiero renziano, così come l’idea di rappresentanza politica. Il riferimento alle classi sociali più deboli avviene ormai non in un’ottica di rivendicazione di diritti, quanto piuttosto come particolare attenzione “a chi sta peggio”, più simile alla solidarietà che alla rappresentanza.

Dal PD mi separano le idee sui diritti dei lavoratori e mi infurio quando sento rivendicare fantomatici posti di lavoro sapendo che per lavoro si intende anche un impiego di un’ora a settimana.

Dal PD mi separano le idee sull’immigrazione. In cinque anni di governo non una misura efficace contro lo sfruttamento dell’immigrazione clandestina (mentre nei campi calabresi si muore di stenti) ed invece via libera accordi con la Libia che comportano torture ed uccisioni. Dirò una cosa che mi attirerà certo qualche critica, ma non ritengo si possa in coscienza indossare il braccialetto  di Amnesty International che chiede verità per Giulio Regeni e girarsi dall’altra parte quando la stessa ONG richiama all’attenzione rispetto alle torture che coetanei di Giulio subiscono a pochi chilometri dalle coste italiane per effetto delle politiche del Ministro Minniti.

Dal PD mi separa l’idea di democrazia e per questo ho votato convintamente contro una riforma della Costituzione centralista che restringeva gli spazi di rappresentanza politica nel nostro Paese.

Dal PD mi separa l’idea di sviluppo del territorio. Renzi ha sposato le ricette a favore del mattone libero tipiche della destra, in un momento storico nel quale era necessario dire basta al consumo di suolo e prestare attenzione all’ambiente che ci ricorda ogni giorno quanto la situazione sia ormai andata oltre le peggiori previsioni.

Dal PD mi separa il metodo, così evidente anche a livello regionale sotto la guida di  Debora Serracchiani. Noi Amministratori locali non siamo mai stati coinvolti veramente nelle scelte importanti, ma abbiamo sempre subito tutte le scelte politiche a giochi fatti, dal raffazzonato reddito di cittadinanza alla riforma degli enti locali, tanto portata avanti con arroganza quanto fragile di fronte al ricorso delle Amministrazioni Comunali di centro-destra.

Fare finta che queste differenze e queste distanze non esistano è sciocco e miope. In politica l’aritmetica non funziona, i voti dell’una o dell’altra forza politica non sempre si sommano ed è vero piuttosto che se manca l’identità i voti vanno altrove. Dire peste e corna di un partito considerandolo un avversario politico per poi allearcisi perché ci si sente deboli è un errore, oltre che una violenza nei confronti delle proprie idee.

Il richiamo all’unità del centro-sinistra non regge e suona, lasciatevelo dire, ridicolo: non si può sollevare lo spauracchio di Renzo Tondo quando fino a ieri si è contestata l’idea di voto utile di fronte alla (ben più grave) minaccia di un governo di Matteo Salvini.

Per dare un’idea di quanto ci sia bisogno di una vera forza politica di sinistra, basti pensare che il 95 % degli elettori ha votato, credo in buona parte inconsapevolmente, per partiti che ritengono superata la contrattazione di categoria e promuovono la contrattazione aziendale (quella tanto amata da Marchionne, per intendersi), ma nella testa di molti Italiani il PD rappresenta ancora la sinistra. Se vogliamo modificare questa realtà dobbiamo avere pazienza e costanza e mantenere una posizione ferma e lasciare da parte i calcoli politici, abbandonare le logiche di breve periodo e darci orizzonti più ampi.

Il movimento di cui faccio parte, Liberi e Uguali, parte oggi da un risultato non meno sconfortante di quello del PD, ma per tirarsi su e ripartire ci vogliono coerenza ed onestà intellettuale. Sarà necessario mettersi al servizio dei cittadini e fare un grande e difficile salto, prima di tutto culturale, dall’idea della “proposta” politica a quella della “rappresentanza” politica: basta cartelli elettorali a vantaggio di un candidato o dell’altro, dobbiamo mettere le nostre competenze, le nostre idee e i nostri principi a servizio della comunità.

 

Chi ha paura della democrazia?

I fondamenti della democrazia rappresentativa vengono messi in discussione da buona parte della politica italiana, ma quanti tra coloro che predicano maggiore governabilità sarebbero disposti a pagarne le conseguenze?

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Amministratore Condominiale
<< Signor Rossi, questa è la sua quota semestrale. >>

Sig Rossi
<< 13.000 euro?! Ma è impazzito?! >>

Amministratore
<< Guardi che è anche poco: abbiamo rifatto la facciata tutta fucsia come volevano i Verdi, quelli dell’attico al quarto piano. Sa, la figlia piccola lo chiedeva da tempo ed i genitori erano sfiniti. Poi è stato sistemato l’ascensore dotandolo di connessione wi-fi e schermo full hd… >>

Sig Rossi
<< Ma io sto al piano terra! >>

Amministratore Condominiale
<< Ne abbiamo dato comunicazione alla scorsa assemblea e nessuno ha obiettato. >>

Sig Rossi
<< Ma io non c’ero! Non vengo più da tre anni!>>

Amministratore Condominiale
<< Questo lo so, signor Rossi, ma con i millesimi dei Verdi, che sono quasi il 30 % del totale, e con la delega in bianco che mi avete dato lei ed i Bianchi del terzo piano… >>

Sig Rossi
<< Ma mi scusi, lei non mi aveva mai parlato di queste cose quando si è proposto tre anni fa! >>

Amministratore Condominiale
<< Forse no, è vero. Ma la delega parla chiaro, decido e voto per voi per cinque anni. Così vi siete evitati assemblee, preventivi ecc… Ad ogni modo, se non le sta bene, tra due anni scade il mandato e trovate un nuovo amministratore. Comunque non ho molto tempo da perdere, il costo è anche contenuto perché i lavori li ha fatti l’impresa di mio cugino. Sa, ci ha fatto un prezzo di favore… Paga subito o rateizziamo? >>

La democrazia rappresentativa è la forma di partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica più diffusa e radicata nelle società occidentali. Nel corso del novecento è stata messa in discussione dai movimenti rivoluzionari di ispirazione marxista-leninista che la giudicavano destinata a soccombere alla dittatura del proletariato, mentre da destra la tentazione ad affidarsi all’uomo forte ha segnato l’immaginario collettivo e si riflette ancora nella retorica leghista o in chi vede nella figura di Vladimir Putin un modello da seguire.

In Italia, fino ad oggi, la democrazia rappresentativa è stata realizzata attraverso lo strumento parlamentare affiancato da numerose forme di partecipazione politica che ne accompagnano l’attività. L’Enciclopedia Treccani definisce così la partecipazione politica:

“Da un lato vi è chi preferisce una definizione ristretta del concetto, che porta a classificare come comportamenti partecipativi […] l’esercizio del voto, la militanza in un movimento politico, l’appoggio dato a un candidato, la richiesta di intervento da parte di un organo di governo per risolvere un problema e via dicendo. Dall’altro troviamo definizioni più ampie, che fanno rientrare nel concetto di partecipazione politica ogni azione che direttamente o indirettamente miri a proteggere determinati interessi o valori (consolidati o emergenti), o sia diretta a mutare o a conservare gli equilibri di forza nei rapporti sociali.”

Fino ad oggi, il coinvolgimento dei portatori di interesse (forze sindacali e di categoria, comitati ed enti locali, ad esempio) ha avuto forse l’effetto di rallentare l’iter di compilazione ed approvazione delle leggi dello Stato, ma lo ha fatto a vantaggio di maggiori tutele nei confronti dei cittadini e della loro partecipazione democratica. Nei primi anni duemila sono stati molti gli esperimenti innovativi, soprattutto a livello locale, volti ad aumentare partecipazione diretta dei cittadini nell’amministrazione della cosa pubblica (ad esempio nella pianificazione urbanistica o nella stesura del bilancio comunale). Ciò è avvenuto con risultati non sempre all’altezza delle aspettative, ma il percorso intrapreso sembrava destinato a perfezionarsi nel tempo.”Libertà è partecipazione” cantava Giorgio Gaber. Qualche decennio dopo ci apprestiamo a un triplice salto carpiato all’indietro, complici due nuove filosofie dominanti, apparentemente antitetiche, ma in realtdr-nick-simpsonsà molto vicine che si affiancano alle vecchie retoriche anti-sistema. Accomunate dalla critica alla concertazione, della richiesta di
riduzione del numero dei parlamentari (i rappresentanti dei cittadini) e dell’abolizione al finanziamento pubblico ai partiti, i due movimenti “nuovi” della politica anziché correggere le storture e gli eccessi del sistema italiano ne minano le fondamenta. Come se un medico, per curare l’emicrania, vi mozzasse la testa.

1- Il governismo-decisionismo renziano

La (contro)riforma proposta dall’alleanza Boschi-Alfano-Verdini ha come obiettivo principe il rafforzamento del governo centrale a discapito delle autonomie locali, delle forme di rappresentanza tradizionali e del Parlamento. In questo, Renzi e i suoi sono stati degni eredi di Silvio Berlusconi (la cui riforma bocciata ad inizio degli anni duemila dai cittadini prevedeva però una maggiore redistribuzione dei poteri in senso federale).

12fae8d5b3b2ac9c0c4afd68c9305789Berlusconi ha sempre portato avanti l’idea dell’uomo forte a cui affidare le sorti del Paese delegandolo in toto. Lo Stato-azienda, organizzato in maniera verticistica, aveva sedotto molti dei suoi sostenitori e viene oggi ripreso dal Governo, che scarica sull’elevato numero dei parlamentari e sul bicameralismo perfetto le colpe dell’immobilità di una classe politica non all’altezza. Riassumendo e brutalizzando il quesito referendario del prossimo 4 dicembre, esso chiede di fatto ai cittadini di consegnare le chiavi della stanza dei bottoni (arricchita da competenze tolte agli enti locali) ad un gruppo ristretto di eletti in grado di nominare e controllare il parlamento per cinque anni al termine dei quali si tornerà ad elezioni. L’opposto di quanto immagina chi crede nella rappresentanza e nella partecipazione politica dei cittadini.

A questo proposito vi invito a leggere a questo link il testo della modifica costituzionale. In particolare, soffermatevi sull’articolo 117, che svuota le Regioni di molte competenze consegnandole al Governo. Tra esse, solo a titolo di esempio, vi sono i tributi, l’istruzione,  infrastrutture ed ambiente. L’Art. 120 stabilisce addirittura il principio secondo il quale lo Stato può commissariare di fatto gli enti locali demandando le modalità di questo processo a leggi di successiva approvazione, mentre il Senato della Repubblica (svuotato di funzioni, ma non di costi) verrà affidato a senatori part-time perché già Sindaci di Comuni o Consiglieri Regionali.

2- la democrazia “della rete” grillina

662803-simpsons_sideshowbob2Parte invece da nobili idee il concetto portato avanti dal Movimento 5 Stelle, che propone
la partecipazione diretta dei cittadini portata all’estremo. Un progetto ambizioso che vede nella rete lo strumento per raccogliere e l’opinione dei cittadini destinata ad orientare le scelte dei suoi portavoce chiamati svolgere funzioni di governo. Purtroppo, però, la sua realizzazione è quanto meno improbabile e non servono previsioni e speculazioni per vedere come questo proposito non possa che tradursi in una delega totale ora al direttorio ora al leader carismatico. L’insieme delle richieste dei cittadini va filtrata per essere tradotta in leggi e regolamenti e la loro opinione può inoltre essere facilmente manipolata. Il pericolo principale di questo mantra fideistico della partecipazione diretta è che, come tutte le fedi, è totalizzante e non è un caso che tra le poche cose che accomunano Renzi e Grillo vi sia l’attacco al sindacato ed alla concertazione, ai corpi intermedi ed alle Istituzioni locali.

Colpito dalla crisi del Comune di Roma, Grillo ha chiesto in questi giorni ai suoi di non rilasciare dichiarazioni pubbliche ed ha attaccato i giornalisti offrendosi poi quale leader e garante del movimento. Il rifiuto del confronto e l’assunzione di decisioni importanti a porte chiuse sono diventate prassi comuni, mentre la delegittimazione degli avversari e le liste di prescrizione contro chi critica il movimento non sono purtroppo novità. L’orizzonte pentastellato non promette nulla di buono e lascia immaginare un fosco futuro più simile ad un immaginario distopico tendente a destra che a quello della democrazia partecipativa.

Temo che il dibattito che ci condurrà al voto del prossimo 4 dicembre non favorirà una cultura della partecipazione politica, ma si risolverà in uno scontro tra guelfi e ghibellini che farà male alle Istituzioni ed al Paese. Compito delle forze di sinistra, a cui appartengo ed alle cui idee dedico tempo e passione, sarà quello di spiegare le motivazioni del no articoli alla mano. Dovremo saper esplicitare il senso delle riforme proposte e far comprendere ai cittadini la bellezza della nostra Costituzione, dei suoi principi e dei meccanismi a tutela della democrazia e della partecipazione in essa contenuti e da anni sotto attacco. Dopo tutto, i concetti complessi nascondono spesso realtà banali ed esprimibili anche più semplicemente attraverso la metafora. Potrei, ad esempio chiedervi: affidereste al vostro amministratore di condominio la possibilità di decidere autonomamente i lavori da svolgere, consegnandogli anche le chiavi del vostro appartamento e senza la possibilità di revocare la delega per cinque anni? Credo di no. Non capisco come possiate avere la tentazione di comportarvi diversamente con le vostre pensioni, la sanità pubblica o l’istruzione dei vostri figli.