Mi spiace, questa volta no

Mi premeva scrivere due righe per spiegare perché nel corso delle prossime settimane non sarò coinvolto, per la prima volta dopo moltissimo tempo, in una campagna elettorale importante come quella che riguarda il rinnovo del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia. Non amo affrontare “pubblicamente” dibattiti che credo vadano confinati nelle assemblee e negli incontri tra militanti, ma a fronte di numerose richieste di chiarimento ritengo utile non lasciare spazio a interpretazioni ed equivoci e per questo mi concedo questa breve riflessione.

Normalmente, in una campagna elettorale come questa mi sarei attivato, impegnato in prima persona ed avrei accompagnato i candidati della mia parte politica agli incontri con i cittadini, avrei affisso manifesti e fatto campagna porta a porta. Questa volta salterò un giro, perché purtroppo le mie idee, gli ideali in cui credo, non sono rappresentati da nessuno.

Da mesi immaginavo una lista unitaria a sinistra, finalmente alternativa al Partito Democratico, ma non vi sono state le condizioni per darle vita e certamente il voto del 4 marzo alle elezioni politiche ci ha condizionati negativamente nelle scelte del giorno dopo. Credo che questo sia stato un grave errore di cui pagheremo a lungo le conseguenze.

Probabilmente andrò a votare, d’altra parte l’ho sempre fatto e mi preme pure rivolgere i più sinceri auguri a chi a questa scadenza ha voluto essere presente, ognuno con le proprie motivazioni.

Risultato immagine per bolzonello serracchianiIl punto in discussione è molto semplice: a differenza di altri io non ritengo che una forza politica che ambisca ad essere rappresentativa dei valori della sinistra possa portare avanti le proprie battaglie a fianco di ciò che oggi resta del Partito Democratico. Potremo mantenere le alleanze a livello comunale, dove le collaborazioni sono radicate e positive, ma quando la posta in palio cresce, le differenze emergono drammaticamente.

Non nutro rancori né antipatia verso i militanti del PD. A molti di loro sono legato da sentimenti positivi ed apprezzo il loro impegno, ma credo che le idee che da anni hanno iniziato a caratterizzare la proposta politica di quel partito, così come lo stile leaderistico ed allergico alle minoranze dei suoi rappresentanti non siano compatibili con la tradizione della sinistra italiana.

Spesso i distinguo con il Partito Democratico da parte della sinistra, si sono incentrati sulla figura di Matteo Renzi, principale responsabile di uno spostamento al centro del soggetto politico che rappresentava, ma l’ex Sindaco di Firenze ha trovato in larga parte dei propri iscritti dei sostenitori agguerriti delle proprie idee, talmente convinti da non lasciare più margini per una discussione.

Il 5 marzo, dopo aver raggiunto un risultato che rimarrà alla storia come esempio negativo, Renzi ha parlato agli Italiani rivendicando Jobs Act, riforma Costituzionale e le politiche di Minniti. D’altra parte sarebbe stato ridicolo se avesse fatto diversamente, dopo anni in cui queste politiche sono state il principale elemento distintivo del suo agire politico. Renzi ha una volta di più sancito una frattura incolmabile.

Dal Partito Democratico mi separano ormai gli elementi di analisi pima ancora che le ricette politiche. La distinzione tra capitale e lavoro manca completamente nel pensiero renziano, così come l’idea di rappresentanza politica. Il riferimento alle classi sociali più deboli avviene ormai non in un’ottica di rivendicazione di diritti, quanto piuttosto come particolare attenzione “a chi sta peggio”, più simile alla solidarietà che alla rappresentanza.

Dal PD mi separano le idee sui diritti dei lavoratori e mi infurio quando sento rivendicare fantomatici posti di lavoro sapendo che per lavoro si intende anche un impiego di un’ora a settimana.

Dal PD mi separano le idee sull’immigrazione. In cinque anni di governo non una misura efficace contro lo sfruttamento dell’immigrazione clandestina (mentre nei campi calabresi si muore di stenti) ed invece via libera accordi con la Libia che comportano torture ed uccisioni. Dirò una cosa che mi attirerà certo qualche critica, ma non ritengo si possa in coscienza indossare il braccialetto  di Amnesty International che chiede verità per Giulio Regeni e girarsi dall’altra parte quando la stessa ONG richiama all’attenzione rispetto alle torture che coetanei di Giulio subiscono a pochi chilometri dalle coste italiane per effetto delle politiche del Ministro Minniti.

Dal PD mi separa l’idea di democrazia e per questo ho votato convintamente contro una riforma della Costituzione centralista che restringeva gli spazi di rappresentanza politica nel nostro Paese.

Dal PD mi separa l’idea di sviluppo del territorio. Renzi ha sposato le ricette a favore del mattone libero tipiche della destra, in un momento storico nel quale era necessario dire basta al consumo di suolo e prestare attenzione all’ambiente che ci ricorda ogni giorno quanto la situazione sia ormai andata oltre le peggiori previsioni.

Dal PD mi separa il metodo, così evidente anche a livello regionale sotto la guida di  Debora Serracchiani. Noi Amministratori locali non siamo mai stati coinvolti veramente nelle scelte importanti, ma abbiamo sempre subito tutte le scelte politiche a giochi fatti, dal raffazzonato reddito di cittadinanza alla riforma degli enti locali, tanto portata avanti con arroganza quanto fragile di fronte al ricorso delle Amministrazioni Comunali di centro-destra.

Fare finta che queste differenze e queste distanze non esistano è sciocco e miope. In politica l’aritmetica non funziona, i voti dell’una o dell’altra forza politica non sempre si sommano ed è vero piuttosto che se manca l’identità i voti vanno altrove. Dire peste e corna di un partito considerandolo un avversario politico per poi allearcisi perché ci si sente deboli è un errore, oltre che una violenza nei confronti delle proprie idee.

Il richiamo all’unità del centro-sinistra non regge e suona, lasciatevelo dire, ridicolo: non si può sollevare lo spauracchio di Renzo Tondo quando fino a ieri si è contestata l’idea di voto utile di fronte alla (ben più grave) minaccia di un governo di Matteo Salvini.

Per dare un’idea di quanto ci sia bisogno di una vera forza politica di sinistra, basti pensare che il 95 % degli elettori ha votato, credo in buona parte inconsapevolmente, per partiti che ritengono superata la contrattazione di categoria e promuovono la contrattazione aziendale (quella tanto amata da Marchionne, per intendersi), ma nella testa di molti Italiani il PD rappresenta ancora la sinistra. Se vogliamo modificare questa realtà dobbiamo avere pazienza e costanza e mantenere una posizione ferma e lasciare da parte i calcoli politici, abbandonare le logiche di breve periodo e darci orizzonti più ampi.

Il movimento di cui faccio parte, Liberi e Uguali, parte oggi da un risultato non meno sconfortante di quello del PD, ma per tirarsi su e ripartire ci vogliono coerenza ed onestà intellettuale. Sarà necessario mettersi al servizio dei cittadini e fare un grande e difficile salto, prima di tutto culturale, dall’idea della “proposta” politica a quella della “rappresentanza” politica: basta cartelli elettorali a vantaggio di un candidato o dell’altro, dobbiamo mettere le nostre competenze, le nostre idee e i nostri principi a servizio della comunità.

 

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Non è lavoro, è sfruttamento

Marta Fana ci fornisce un testo agile, di facile lettura, che cattura e conduce ad un’analisi impietosa delle politiche neo-liberiste che hanno stravolto il mercato del lavoro nel corso di un oltre un ventennio in Italia ed in Europa.

 

In Non è lavoro, è sfruttamento Marta Fana descrive un delitto.
Un delitto perpetrato ai danni della dignità del lavoro e dei lavoratori.
Un delitto realizzato a colpi di precarizzazione, abbattimento di tutele.
Un delitto i cui esecutori sono stati i governi di diversi colori che hanno riformato il mondo del lavoro in tutta Europa, Italia compresa.
Un delitto che ha avuto un mandante: l’ideologia neoliberista.

Già, ma le ideologie non erano morte? Così ci è stato detto, per anni. Eppure dietro alla scelta di cancellare conquiste ottenute attraverso anni di lotte da parte dei lavoratori c’è una precisa interpretazione della realtà ed una conseguente declinazione di politiche economiche e del diritto del lavoro. Un’ideologia, appunto.

A questa ideologia, che sostiene che per ottenere crescita si debbano ridurre diritti, tutele e servizi, si sono consegnati negli anni esponenti di tutte le maggiori forze politiche europee, centro-sinistra compreso.

Accompagnate da tagli alla sanità ed alla scuola, le riforme del mercato del lavoro hanno aumentato le diseguaglianze, chiuso i lavoratori in una condizione di solitudine e paura e negato di fatto diritti e princìpi esplicitamente richiamati dagli ordinamenti nazionali.

Oggi, di fronte al disastro del jobs act, i discepoli di Matteo Renzi mostrano, come fossero prove evidenti ed incontestabili, le dichiarazioni dell’una o dell’altra agenzia internazionale che ne lodano i contenuti. Peccato che la nomenklatura di queste Istituzioni non sia immune da condizionamenti e che il neo-liberismo sia la principale corrente di pensiero dei loro esponenti.

In Italia, nel frattempo, in alcuni settori, come quello della logistica (a cui è dedicato un intero capitolo di Non è lavoro, è sfruttamento), le condizioni del lavoro sono tali da aver fatto sì che l’intero comparto si sia mobilitato più volte in scioperi e manifestazioni. Nel 2016, in una di queste, a Piacenza, morì un operaio di 53 anni egiziano, investito da un TIR durante un picchetto.

Fana sviluppa poi un’analisi dei contratti a tempo ed a chiamata e racconta anche numerosi altri episodi concreti, alcuni dei quali già anticipati nel noto confronto con Farinetti, padrone della catena Eataly, sventolata dai leopoldini come esempio per l’Italia.

Non è lavoro, è sfruttamento spiega per bene come perfino l’alternanza scuola-lavoro sia stata utilizzata in modo improprio e, piuttosto che strumento di formazione, si servita a fornire lavoratori non retribuiti  ad aziende ed addirittura a grandi catene multinazionali, senza un reale progetto a vantaggio degli studenti.

Per decenni siamo stati abituati a vedere spacciato per lavoro qualsiasi cosa. Siamo stati abituati a leggere statistiche dell’ISTAT che definiscono occupato  chi lavora almeno un’ora a settimana: Marta Fana ci consegna gli strumenti utili per analizzare la realtà in cui viviamo ed ad immaginarne una diversa, ci restituisce consapevolezza e disegna un quadro d’insieme dall’analisi del quale ripartire per ricostruire una sinistra che sappia rappresentare gli interessi dei più deboli e degli sfruttati, che sappia dar loro la dignità che solo l’unione e la condivisione possono dare. In un dibattito politico piatto e privo di contenuti, Non è lavoro, è sfruttamento ci dà un po’ di ossigeno e speranza.

Perché, di fronte ai delitti, ci si indigna e si agisce. Insieme.

25 anni e non sentirli

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Auser Bassa Friulana ha festeggiato lo scorso 28 maggio i suoi primi 25 anni di attività di fronte ad un Teatro Pasolini gremito ed ospitando le rappresentanze delle scuole, compagne di strada ormai abituali dei volontari. L’associazione, grazie al lavoro costante e prezioso di Irio Iob e dei suoi, è stata capace di immaginare e realizzare progetti cha hanno visto insieme studenti e volontari, nello spirito di una collaborazione tra generazioni foriera di crescita per tutti.

Schermata 2016-06-02 alle 10.36.46In questa occasione Irio Iob ha passato la staffetta al nuovo presidente Paolo Dean, che
raccoglie un’eredità ricca ed allo stesso tempo impegnativa, in virtù dei molti progetti in piedi sul territorio e delle molte relazioni avviate dal suo predecessore, da quelle per l’invecchiamento attivo a quelle di confronto e monitoraggio sul welfare locale e regionale

Ieri collaboravo con Auser all’interno dell’Arci, oggi da amministratore comunale e mi preme pertanto un caloroso abbraccio ad Irio che fortunatamente  continuerà a seguire le attività di Auser seppure non mantenendone la presidenza; è inoltre necessario un ringraziamento a tutti i volontari grazie al cui lavoro Auser riesce a garantire un lavoro costante e organizzato dalla Casa di Riposo alle scuole. Senza il loro contributo non riusciremmo a garantire gli standard elevati dei servizi che i nostri cittadini sono abituati a conoscere.

PRESIDIO ALLA DETROIT DI RONCHI DEI LEGIONARI

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Questa sera, al presidio dei dipendenti della Detroit di Ronchi dei Legionari, abbiamo portato la nostra solidarietà ai lavoratori impegnati notte e giorno a difesa dei loro diritti, della concertazione aziendale e della dignità del lavoro.

Purtroppo la crisi consente che scelte deprecabili, dettate dalla sete di profitto e dalla volontà di operare in un mercato senza regole e tutele, vengano vissute con rassegnazione e spesso avvengano nel disinteresse della comunità locale. Un “in bocca al lupo” agli operai ed agli impiegati della fabbrica in questo momento difficile non solo per loro ma per tutto il mondo del lavoro.

SBILANCIAMO L’ECONOMIA

sbilanciamo

Domani, domenica 17 novembre, la sede di Sinistra Ecologia e Libertà in Viale Ungheria ad Udine ospiterà, alle ore 18:00 un interessante dibattito dal titolo “Sbilanciamo l’economia“. Sarà presente l’Onorevole Giulio Marcon, Parlamentare SEL.

L’incontro prende spunto dal recente libro scritto da Marcon insieme a Mario Pinta: “L’economia in recessione, la società in frantumi, la politica che degenera: la crisi iniziata nel 2008 sta segnando profondamente il nostro paese. Le politiche europee e italiane hanno protetto la finanza e imposto l’austerità ai cittadini, ridotto i redditi e tagliato la spesa pubblica con il risultato di aver perso in capacità produttive, un debito che si aggrava, disoccupazione record. L’Italia sta scivolando nella periferia dell’Europa e non trova la strada per riprendersi. Eppure una strada c’è ed è quella indicata dalla campagna “Sbilanciamoci!” in Italia e dalle esperienze europee che in questi anni hanno proposto alternative alle politiche di Bruxelles e Berlino. Per trovare la via d’uscita basta poco, bisogna solo sbilanciarsi verso politiche nuove – concrete e realizzabili – che potrebbero ridare un futuro all’Italia e costruire un blocco sociale fondato su uguaglianza e solidarietà, anziché su privilegio e individualismo.